Prima squadra

Polonara: "Vi racconto il mio Abruzzo e la mia carriera"

Lo sfortunato campione e un legame particolare con la nostra regione

02.08.2026 00:05

«Sto abbastanza bene, la terapia continua secondo l’iter previsto. Serve pazienza». Così Achille Polonara, cestista classe 1991 esploso sportivamente a Teramo che un mese fa ha annunciato il ritiro dalla pallacanestro, risponde a domanda esplicita sul suo stato di salute  in esclusiva sul Centro. Il giocatore ha parlato infatti a Il Centro e vi riproponiamo i tratti salienti della bella intervista rilasciata al quotidiano (la foto a corredo è tratta dalla pagina Facebook ufficiale del giocatore). Dopo aver sconfitto un tumore ai testicoli nel 2023, c'è stata poi la leucemia mieloide del 2025: le cure a Valencia e il trapianto di midollo lasciavano ancora aperta una flebile speranza di rivederlo sul parquet di Sassari che, in estate, aveva deciso di sostenerlo ingaggiandolo in prima squadra. Ma così non è stato.La sua carriera è iniziata dall'Abruzzo, al quale Achille è assai legato. Vi riproponiaamo le dichiarazioni salienti rilasciate dal giocatore a sul Centro in un pezzo firmato Di Nardo. Adesso Achille ripartirà dalla panchina come assistent coach di Avellino. Come nacque la possibilità di arrivare in Abruzzo?

«A 15 anni ebbi la possibilità di mettermi in mostra ad Ancona, la mia città natale, e iniziai a fare diversi provini in tutta Italia. All’epoca, però, la mia società chiedeva 60.000 mila euro per il cartellino e Teramo fu l’unico club che volle versare quella cifra puntando su di me. Diciamo dunque che all’inizio fui quasi costretto ad accettare Teramo, ma ad oggi le dico che se potessi tornare indietro rifarei ben volentieri questa scelta perché Teramo è stato un club che mi ha fatto crescere tanto e dato subito grandi responsabilità».

Quali sono state le figure più importanti per lei in quegli anni biancorossi?

«Sicuramente devo ricordare Daniele Lucantoni, consigliere del presidente Antonetti, che è di Porto San Giorgio e mi vide giocare un’estate sui campetti della sua città. Solitamente ogni anno da Ancona diversi ragazzi si mettono in mostra in quei tornei estivi. Lui mi vide e fece il mio nome a Teramo. Poi ricordo anche il tecnico Francesco Raho che conobbi alle finali nazionali di Montecatini».

Invece il compagno di squadra a cui è rimasto più legato?

«Qui le rispondo senza dubbi Valerio Amoroso che è stato per me come un fratello maggiore: condividendo lo stesso ruolo mi diede tantissimi consigli mettendomi sotto la sua ala».

È vero che lei ha origini rosetane?

«Si, mio nonno era di Roseto. Peccato non aver potuto vivere in prima persona il clima del derby con Teramo in serie A. Si viveva per quelle partite giocate davanti ad un pubblico fantastico, erano derby molto sentiti dai tifosi, che metto al livello di quelli di Bologna tra Virtus e Fortitudo. Eppure posso confermare che il calore che si respirava in città ben prima della partita è stato un qualcosa di speciale che non ho ritrovato facilmente nelle tante piazze in cui ho giocato. Teramo è una piccola cittadina che viveva per la pallacanestro, mi ricordo l’euforia che si percepiva con la gente super carica che ti sosteneva sempre e comunque».

Arriva nel 2006 nel settore giovanile, ma la scalata in prima squadra non si fa attendere tanto con Capobianco e Ramagli.

«Sono stati gli allenatori che mi hanno dato maggior fiducia, facendomi esordire in serie A che non ero ancora maggiorenne. Quindi posso solo essere grato per quanto mi hanno dato».

Lei ha lasciato Teramo dopo cinque anni e come miglior Under 22 di tutta la serie A, dando via ad una carriera che la spinta verso piazze importanti. Forse qualche delusione di troppo tra Reggio Emilia e Sassari con le finali scudetto perse di un soffio nonostante la Supercoppa italiana e un Europe Cup.

«Aver perso quattro finali è stata dura da digerire, hai una frustrazione che ti porti addosso per molti giorni dopo la partita. Però poi riesci sempre a trovare motivazioni nuove per ricaricare le pile e affrontare una nuova stagione. Sinceramente mi ritengo fortunato per aver giocato sempre in grandi squadre con grandi obiettivi».

La prima gioia arriva in Spagna, col Baskonia.

«Come le dicevo prima, mi sono trovato bene ovunque abbia giocato. Ma i ricordi migliori sono legati al Baskonia perché li ho vinto il mio primo scudetto e perché è nata mia figlia Vittoria. Penso che sia stato il mio anno più brillante dal punto di vista sportivo, in una città e in un club che ho ancora nel cuore».

Da lì ha iniziato a calcare palcoscenici importanti dell’Eurolega, passando in Turchia tra Efes e Fenerbahce e Zalgiris. A Bologna ha vinto uno Scudetto. Anni importanti che l’hanno resa un perno anche della Nazionale. Lei è arrivato poco dopo la generazione dorata dei vari Bargnani, Gallinari, Belinelli e Datome. Qual è il ricordo più bello con l’Italbasket?

«Il pre olimpico a Belgrado dove abbiamo battuto la Serbia in casa qualificandoci alle Olimpiadi di Tokyo resta un momento indelebile. Il nostro segreto è sempre stato quello di vivere in un gruppo compatto tanto dentro quanto fuori dal campo. Ci siamo sentiti sempre come fratelli».

E in tanti ex compagni hanno mostrato grande vicinanza dopo la sua decisione di ritirarsi. Oggi come si sente rispetto ai primi momenti?

«Onestamente pensavo di prenderla peggio realizzando quanto la mia vita stesse per cambiare, invece al momento la vivo bene, sono consapevole perché non sarei tornato quello di prima. La mia volontà è sempre stata quella di essere ricordato dalla gente in un determinato modo e continuare avrebbe reso impossibile tutto questo».

Guardando alla sua carriera, c’è qualche sogno che è rimasto nel cassetto?

«Ho realizzato tutto quello che sognavo: ho sfiorato le 100 presente in Nazionale ed ho giocato in Eurolega, che erano le mie massime ambizioni».

Qualche rammarico?

«Quello no, forse non rifarei alcune scelte ma non si può tornare indietro e, soprattutto, ho sempre deciso ragionando. Quindi va bene così».

Invece ai ragazzi che si avvicinano alla pallacanestro, quale consiglio si sente di dare?

«Ai più giovani dico sempre di giocare divertendosi, altrimenti i risultati non arrivano. Ora che mi sono ritirato vedo 20enni che hanno la possibilità di giocare al college in Ncaa e sinceramente rosico un po’ (ride, ndr) perché sono molto fortunati a vivere un’esperienza pazzesca che noi fino a qualche anno fa sognavamo soltanto».

(DICHIARAZIONI RILASCIATE A IL CENTRO - FOTO DA PAGINA UFFICIALE FACEBOOK ACHILLE POLONARA)

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