Mauro Esposito si racconta
A Gazzetta.it
Il grande ex Mauro Esposito nei giorni scorsi si è raccontato a Gazzetta.it, svelando tanti aneddoti e particolari su una bellissima carriera partita da Pescara. e i colori biancazzurri gli sono rimasti nel cuore, come noto… Vediamo gli stralci più interessanti e riferiti al Delfino, ma non solo al Pescara, delle dichiarazioni rilasciate alla Rosea online:
"Alleno l’Under 13 del Pescara, la città in cui vivo e dove ho iniziato a giocare, e mi dedico alla mia accademia. Insegno la tecnica. Ho più di cento iscritti dai 10 ai 15 anni. Il sogno è riuscire a far sì che uno di loro riesca a diventare professionista".
Per lei è stato difficile?
"Un po’. Sono cresciuto a Polvica, paesino vicino Napoli. Giocavo nel Somma Vesuviana, papà faceva il carrozziere, aveva giochicchiato nell’Internapoli in D. Mamma stava a casa. Poi a 12 anni incontrai Pierpaolo Marino e mi portò a Pescara. Da lì in poi mi ha sempre seguito. Mai avuto un agente. Di me se ne occupava la moglie, avvocato".
E non se n’è mai pentito?
"Mai, anche perché a Marino devo la carriera".
In che senso?
"A 15 anni ho rischiato di smettere per via di una vertebra distaccata dalla colonna, una roba congenita. Marino trovò uno specialista a Roma che mi assicurò l’operazione. Rimasi un anno fermo, tornai in Primavera, poi a 17 anni debuttai in Serie B. In rosa c’era anche Allegri, già leader indiscusso".
Nel ’99 Marino andò all’Udinese, e lei con lui.
"Arrivavo dall’annata della vita: 12 gol, 7 rigori procurati, la fiducia di De Canio, anche lui in Friuli. Ma pagai il salto. Nel gennaio 2001 rientrai a Pescara in B e poi, in estate, sfiorai Salerno".
Ma subentrò il Cagliari.
"Già, Cellino mi ha cambiato la vita".
Ci sveli qualche retroscena.
"Il Barcellona, che all’epoca aveva un giovane Messi, inviò degli emissari. Mi osservarono un po’. Poi l’Inter e la Roma, che mi cercò nel 2005 dopo l’annata in cui segnai 16 gol in Serie A. Cellino disse che mi avrebbe lasciato andare l’anno dopo".
Che rapporto aveva col presidente?
"Ero uno dei suoi figliocci, sopravvivevo persino alle sue scaramanzie. Non voleva giocatori con la fascia tra i capelli, ad esempio. Io ero un’eccezione, ma un altro lo mise fuori rosa. Poi fece sparire lo sponsor Tiscali dalla maglia perché aveva il colore viola. Non potevamo partire di venerdì per i ritiri, solo il giovedì o il sabato. E guai a salire su un aereo il 17 del mese. Era vero, genuino, e mi ha sempre aiutato. Anche quando mi sono rotto il crociato nel 2007, prima di andare alla Roma. Colpa di un allenamento come tanti: una palla sbagliata, il campo bagnato, e niente, stock...".
La mazzata più grande?
"Fisicamente non mi sono mai più ripreso. Comunque, il rimpianto più grande è stato non aver giocato il Mondiale 2006".
Se si fosse disputato nel 2005?
"Sarei stato titolare. Lippi mi convocò in tutte le partite di qualificazione e mi inserì tra i 30 preconvocati, poi mi tagliò".
Cosa si rimprovera?
"Forse mi è mancata la “garra” nei momenti no".
Come mai?
"Carattere. Sono così".
Il giocatore a cui si è più affezionato nella sua carriera?
"Zola. A 37 anni tornò a Cagliari in B ponendosi con umiltà. Arrivava al campo un’ora prima col preparatore e se ne andava un’ora dopo. Lo guardavamo battere le punizioni: uno spettacolo".

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