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I ricordi di Sullo: “Io, il Pescara di Allegri, Galeone e la malattia"

"Mi dispiace che il Delfino giochi in C"

30.03.2022 00:01

Salvatore Sullo ha lasciato un bel ricordo a Pescara. L'Avellino per lui è stato un trampolino di lancio direzione Pescara, dove è cresciuto agli ordini di Giovanni Galeone e al fianco di Massimiliano Allegri. Dal 2001 poi c'è stata Messina, la città dell'amore perduto, di emozioni sempre forti, fra gioia e dolore. L'ex biancazzurro si è raccontato nei giorni scorsi a Il Posticipo e vi riproponiamo gli spunti più interessanti dell'articolo. 

Approfittiamo di questa pubblicazione per porgere le nostre condoglianze a Sasà Sullo per la recente scomparsa della cara moglie, Rita

Buona lettura:

Salvatore, com'è nata l'idea di fare l'allenatore?

Ho cominciato con Ventura: è stato il mio maestro. Scegliere di allenare è stato naturale. Mi piace stare sul campo. Il calcio è cambiato negli ultimi 10-15 anni. In passato fare l'allenatore significava ricoprire un ruolo molto più centrale. Oggi si lavora con lo staff. Un tempo l'allenatore era un uomo solo, oggi non è così. È l'uomo che prende decisioni. Un collaboratore tecnico è sul campo a tutti gli effetti.

Che cosa le ha lasciato l'esperienza di Pescara?

Ci ho giocato dal '94 al 97' e dal '99 al 2001. Pescara è splendida. Oggi è ancora più bella. Allora avevano progettato la pista ciclabile, il Ponte del Mare non c'era, la zona Pescara-Francavilla non era urbanizzata. È il giusto compromesso tra nord e sud. C'è passione. Noi non avevamo un campo di allenamento, oggi al Poggio degli Ulivi hanno risolto il problema. Mi dispiace che giochi in C.

Che cosa ricorda del Pescara di Giovanni Galeone con Massimiliano Allegri?

Io e Max abbiamo giocato insieme per un anno e mezzo. Quando sono arrivato abbiamo sfiorato la A con Luigi De Canio. Essere allenato da Galeone è stato formativo. Al venerdì non sapevamo chi avremmo sfidato la domenica. Lavoravamo per migliorare tecnicamente. Quando sento Allegri parlare di tecnica, mi torna in mente quel Pescara. Galeone voleva che migliorassimo noi a prescindere dall'avversario.

L'ha sorpresa la crescita di Allegri in panchina?

Ha sempre cercato di capire le cose. Faceva numeri e tabelle. Voleva capire cosa serviva per raggiungere l'obiettivo. Si intuiva che sarebbe diventato allenatore ma non immaginavo che avrebbe vinto sei scudetti.

Nel 2005 lei ha giocato una partita molto speciale: che cosa ricorda di quel giorno?

Sono tornato in campo per Messina-Livorno a fine stagione. Mi stavo ancora curando per il tumore. Avevo 34 anni e pensavo che avrei smesso. Ho giocato quella gara per arrivare a 18 presenze: sono nato e cresciuto a Napoli e non volevo chiudere a 17. All'epoca non sapevo ancora come sarebbe stato il mio futuro. Ero solamente alla metà del mio ciclo terapeutico. Guarire così in fretta è stato un miracolo.

Gianluca Vialli ha detto che la vita è fatta per il 20 per cento da quello che ti succede e per l'80 per cento dal modo in cui tu reagisci a quello che accade: che ne pensa?

Capisco perfettamente quello che ha detto. Avere a che fare con la morte, quando sei giovane, ti cambia tutto. Vialli ha detto anche di aver un pizzico di curiosità di sapere che cosa c'è dopo la vita. Mi sono reso conto che il domani non ci appartiene: è un'opportunità che ci creiamo vivendo l'oggi. Quello che conta è adesso. Ho imparato a non fare domani quello che potrei fare oggi. Non aspettare che le cosa accadano. Ho visto Vialli in grande forma. Ce la farà così come ce l'ha fatta Sinisa Mihajlovic, come ce l'ho fatta io.

Che cosa c'era dietro il 41 suo numero di maglia?

Al Pescara era l'unico numero rimasto. Al Messina stavo giocando a carte quando è arrivato il momento di scegliere. Il mio capitano Alessandro Bertoni voleva la 14 per omaggiare sua figlia. Alle mie spalle c'era uno specchio: ho visto riflesso il 41, cioè un 14 rovesciato. Ho preso quello. Dietro il 14 non c'era Johan Cruijff che considero il più grande di tutti i tempi. Ha cambiato il calcio da giocatore e da allenatore. Quando non ero in ritiro, all'inizio degli Anni Novanta, al sabato sera guardavo sempre la partita del Barcellona di Cruijff prima di uscire. C'erano Romario e Michael Laudrup, Txiki Begiristain e José Mari Bakero, pure Hristo Stoichkov. Quella squadra ha lasciato il segno come il Milan di Arrigo Sacchi, l'Ajax di Louis van Gaal e il Barcellona di Pep Guardiola. Mi sedevo sul divano e godevo.

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