Da Baldini a Sarri passando per Foggia e Brugman: quel filo biancazzurro che legava già Buscè al Pescara
La Buscè story (foto Rimini fc)
Probabilmente era destino che Antonio Buscè ed il Delfino prima o poi convolassero a nozze. Da Silvio Baldini a Pasquale Foggia, passando per Maurizio Sarri, Bepi Pillon, Antonio Di Battista, Gaston Brugman e tanti altri, c'è infatti un sottile filo biancazzurro che si dipana lungo tutta la carriera del nuovo allenatore del Pescara, prima da giocatore e poi da allenatore. L'esordio in serie A, ad esempio, non più giovanissimo (26 anni) dopo anni di gavetta nelle serie inferiori, è arrivato grazie a Silvio Baldini, l'uomo al quale Pescara deve la sua ultima gioia e che ha sempre fondato il suo credo di vita (e calcistico) sulla meritocrazia. Ed esattamente come il Mago Silvio, anche Buscè preferisce dire sempre la verità in faccia ai giocatori, anche quando è scomoda, per costruire un rapporto di fiducia reale, leale e duraturo. Era il 14 settembre 2002 il giorno del debutto e il nuovo allenatore del Delfino indossava la maglia dell'Empoli: sbancando il Sinigaglia di Como per 2-0, gli azzurri, neopromossi, inaugurano la serie di quattro vittorie in trasferta (le altre a Perugia, Piacenza e Brescia) e a fine stagione festeggiano una clamorosa salvezza nella massima serie, arrivata anche grazie alla grande vittoria di San Siro sul Milan per 1-0. In Toscana il buon Antonio ha condiviso una stagione e mezza con Pasquale Foggia, diventato suo amico e non solo per le comune origini campane, ed è diventato una sorta di icona, amatissimo. Le 5 stagioni in A e le 3 in B, con un intervallo di 2 anni passati a Reggio Calabria e Bologna per un totale di 297 partite (con 30 gol) giocate fanno di lui il terzo giocatore con più presenze nella storia del club, nel quale tornerà poi da allenatore vincendo un campionato nazionale Under 16 e uno Scudetto Primavera. L'ultima partita con l'Empoli arrivò in data 8 giugno 2012, il ritorno dei playout col Vicenza: con 5 reti in 33 gare il suo commiato fu doc e in quella squadra c'era anche un certo Brugman, che adesso può ritrovare alle sue dipendenze come calciatore (resta ottimismo sul prolungamento del play sudamericano). Era l'annata della Zemanlandia biancazzurra, quella di Insigne, Verratti e Immobile per intenderci, e Buscè giocò da titolare all'Adriatico nel 3-2 dannunziano della seconda giornata che alzò il velo sull'armata di Sdengo. L'ultima annata da calciatore a Pisa in C, con finale playoff poi persa contro il Latina, prima di iniziare la carriera da tecnico, ispirandosi in primis a Maurizio Sarri e Marco Giampaolo, due nomi importanti a Pescara. Non integralista, bensì pragmatico, Buscè sin dalle giovanili dell'Empoli ha cercato di proporre un calcio offensivo e organizzato, fatto di intensità ed aggressività ma non legato necessariamente ad un tipo unico di assetto. Predilige il 4-3-3, ma non essendo un dogmatico declina il suo credo tattico in base alla rosa a disposizione e non viceversa: dunque ha adottato anche il 4-2-3-1 e il 3-5-2 alla bisogna, sempre per trarre il massimo dai suoi. Dopo l'annata in D alla Vibonese, a dare la grande chance di allenare tra i professionisti è stato il tandem formato da Antonio Di Battista, una vita nel settore giovanile del Pescara sfornando talenti a non finire, e da Giuseppe Geria, reduce dalla direzione proprio del vivaio pescarese. E Buscè li ha ripagati vincendo una storica Coppa Italia di Lega Pro e dando lezioni di bel calcio, nonostante una situazione complicata che poi è esplosa l'anno dopo quando lui aveva fatto già i bagagli per riaprirli a Cosenza, per scelta di un altro pescarese: Fabio Lupo. Il 50enne tecnico di Gragnano ha dato prova di sapere lavorare tanto con i giovani quanto con i senatori, un valore aggiunto certamente in vista del progetto biancazzurro 2026-27, riuscendo a dare comunque una propria impronta.

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