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Verratti: "Non vivo per il gol. Gioco per far giocare bene la squadra"

"Mi sento a mio agio sotto pressione. Un buon passaggio vale come un dribbling"

08.02.2022 13:34

Da ormai 10 anni è uno dei pilastri del Paris Saint-Germain, club al quale ha legato la sua carriera, a suon di milioni, diventando il giocatore che ha vinto più trofei nella storia della società: Marco Verratti in Francia è diventato un centrocampista completo, capace di gestire il pallone tanto quanto di recuperarlo efficacemente, e probabilmente - dato livello raggiunto, quotazione del cartellino e ingaggio percepito, difficilmente lo vedremo di nuovo in Italia. Non ha mai giocator in Serie A. Forse a fine carriera tornerà per il canto del cigno a Pescara, per giocare nella squadra che ama. Ma è tutto da vedere.

Adesso vuole arricchire la sua bacheca con una Champions, cosa possibile nel Psg delle stelle con Messi, Mbappè e Neymar, e trascinare,  da titolare, la Nazionale al Mondiale. 

In un'intervista a L'Equipe, Verratti si è raccontato, tra ruolo, problemi fisici e visione del calcio. "Sono cresciuto in Ligue 1. La amo. Mi ha insegnato molto. Da fuori non viene considerato come merita, ma è un campionato molto difficile" ha dichiarato il centrocampista.

"Mi sento a mio agio sotto pressione. Un buon passaggio vale come un dribbling"

Nel ruolo di Verratti sono tanti i grandi giocatori passati alla storia: il loro nome non compare spesso nei tabellini, ma sono di vitale importanza per la squadra: "Da Pirlo a Busquets a Thiago Motta, sono tutti giocatori intelligenti. Non sono nelle statistiche ma si assicurano che tutti i loro compagni di squadra stiano bene in campo. Non mi sorprende che Thiago sia diventato allenatore. Lo era già quando era in campo. Non credo che un grande centrocampo debba avere grandi numeri. Io non gioco per segnare. Gioco per far giocare bene la squadra". Verratti dà il suo meglio quando è sotto pressione: "Mi sento a mio agio, è il mio modo di vedere il calcio. Non mi piace spazzare il pallone. So che a volte è pericoloso ma dobbiamo prenderci questa responsabilità. Ancelotti un giorno mi prese da parte e mi disse "Marco, per favore, quando sei chiuso, chiudi gli occhi e calcia la palla il più lontano possibile". Poi più tardi mi disse: "Va bene Marco, fai quello che vuoi perché so che è il tuo modo di giocare. O ti lascio in panchina o ti prendo come sei, perché non cambierai mai". Non ho mai paura di perdere la palla".

"Il mio ruolo è dettare i tempi della partita" ha proseguito Verratti. "Quando riesco a servire Messi o Neymar tra le linee può nascere un pericolo: un buon passaggio vale quanto un buon dribbling. Ho un buon tiro, ma non lo uso spesso. È un mio difetto, ma nasce dal mio modo di vedere il calcio. Preferisco un passaggio a un tiro". Anche se, nel tempo, Verratti è diventato noto anche per i suoi recuperi in scivolata: "È una cosa che ho imparato quando ero ragazzino, avevo un allenatore che mi ha fatto lavorare su questo modo di entrare in scivolata senza fare fallo. Sono piccolo, per me è l'unico modo per ottenere il pallone". 

Dai problemi fisici al rapporto con gli arbitri

Ma l'esperienza a Parigi non è stata sempre facile: i problemi fisici hanno a lungo tormentato il centrocampista. "Durante le mie prime tre stagioni al PSG, ho avuto problemi a dormire perché mi faceva male dappertutto. In questi tre anni ho giocato tantissimo, a volte sotto antinfiammatori, fino a quando è arrivata la prima operazione (pubalgia). Poi le cose sono migliorate".Non è migliorato, invece, il rapporto con gli arbitri della Ligue 1: sono ben 8 i cartellini gialli in 13 partite quest'anno: "Non sono scorretto, potete chiedere a qualsiasi avversario. Quando sbaglio me ne assumo la responsabilità, lo riconosco. Perché se un arbitro sbaglia non si può dire? In tre partite ho fatto tre falli e preso tre cartellini gialli. Ma ormai mi sono abituato qui in Francia a giocare da ammonito. In Champions ho un rapporto normale con gli arbitri, ci si può discutere". 

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