Prima squadra

Martorella racconta l'esordio da professionista con gol contro il Brescia

29 anni dopo

03.02.2019 15:58

Torna Pescara-Brescia e la mente va inevitabilmente a Totò Martorella e al suo debutto in biancazzurro. Lui, pescarese verace, che corona un sogno.

Proprio l'ex attaccante biancazzurro ha raccontato via social la sua favola. Eccola:

"Breve racconto. 
Dedicato alla mia famiglia: a papà Giuseppe, a mamma Lucia, alle mie sorelle Chiara e Roberta, ai miei nipoti Maria Eva Benedetta Antonio e Giuseppe; a tutti gli amici che hanno condiviso la gioia di quel giorno, e a tutti i pescaresi che lo ricordano e ai giovani che amano il calcio. 
Qual è stato il giorno della vostra vita in cui vi siete sentiti più felici?
Martedì 26 settembre 1989 allo stadio Adriatico viene presentato Edi Reja, promosso dalla Primavera nuovo allenatore del Pescara al posto di Ilario Castagner che, dopo 5 partite alla guida della prima squadra chiusa con la sconfitta per 2-0 a Cosenza, viene esonerato dalla società. Al termine della seduta di allenamento mister Reja incontra la stampa e, tra le altre cose, dichiara: “Domenica contro il Brescia gioca il ragazzino”. “Mister, il ragazzino chi?” chiede un giornalista. “Il ragazzino che era con me in Primavera l’anno scorso: Martorella”. In sala stampa si coglie la sorpresa dell’azzardo. Insomma io, Antonio Martorella, nato all’ospedale clinica Baiocchi di Pescara giovedì 19 febbraio 1970 poco dopo la mezzanotte, so già, dalla fine del primo allenamento della settimana, che la domenica avrei giocato titolare con la maglia biancazzura della squadra della mia città. Io, che da bambino nel tema della maestra ‘Cosa vuoi fare da grande’ scrivevo il calciatore del Pescara, so già che avrei giocato titolare. Io, che da bambino giocavo al campetto della scuola di via Cavour dalle 3 alle 8 fino allo sfinimento, so già che avrei giocato titolare. Io, che da bambino andavo allo stadio con mio padre che se ne portava cinque e ci diceva di farci piccoli perché i bambini sotto il metro non pagavano, so già che avrei giocato titolare. Io, che da bambino ho pianto di gioia per il gol di Ferro alla Lazio sotto un acquazzone che sembrava più un diluvio, so già che avrei giocato titolare. Io, che da bambino insieme a mio padre al Ballarin di San Benedetto con vento gelido di tramontana, ho visto Polenta segnare su rigore e, credo, Rossi (o Bartolini) pararlo, so già che avrei giocato titolare. Io, che da bambino con mio padre in curva al Dorico di Ancona ho visto passare a non più di mezzo metro sulla mia testa un lacrimogeno dal pestifero odore sparato dalla polizia, so già che avrei giocato titolare. Io, che dai distinti ho assitito al pesantissimo gol di Massa di testa alla Casertana, so già che avrei giocato titolare. Io, che da raccattapale, a differenza degli altri ragazzi che lo travolgono, mi sono vergognato ad abbracciare Loseto che in casa contro il Genoa la mette sotto l’incrocio e non so se mi è permesso, so già che avrei giocato tirolare. Bene; mettetevi nei miei panni: voi come l’avreste passata la settimana? Io ho vissuto un’altalena di emozioni che dondolava tra la gioia e la paura. Il venerdì un amico mi dice che la curva sarà in sciopero per protestare contro il presidente Scibilia -a cui va il mio affettuoso ricordo- ma che per me ci sarà un coro tutto nuovo. Arriva domenica, arriva il momento in cui il pullman ci porta dal Motel Agip allo stadio Adriatico. Arriva il momento in cui ci ritroviamo nel sottopasso prima dell’ingresso in campo e io, con la maglia numero 11, ho la bocca dello stomaco chiusa. Arriva il momento in cui le squadre sono schierate allora a metà campo e di là nel Brescia ci sono, tra gli altri, Altobelli, campione del mondo, e Corini, un coetaneo di cui si dice un gran bene. Inizia la partita, tocco il primo pallone e tutto magicamente mi sembra la cosa più naturale del mondo. La partita, non indimenticabile fino al 74’, scorre via tra silenzi e cori contro la società. In un misto tra stanchezza ed emozione, ho i crampi ma tengo duro anche grazie all’incitamento di Italo Rapino. Punizione per noi dalla tre quarti a destra, batte Damiano Longhi con una bella parabola in area, un difensore svirgola, mi avvento sulla palla, chiudo gli occhi e so che sta per succedere. Li riapro: gol! Io, Antonio Martorella, pescarese tifoso pazzo del Pescara, ho fatto gol! Tutto è compiuto. Esulto roteando le braccia come se volessi provare a volare. Esattamente questo è il momento in cui mi sono sentito più felice. I compagni mi abbracciano, abbracciano proprio me. La curva cessa di scioperare e torna a tifare per il Pescara, parte anche un coro per me. Ho fatto gol io, ma è come se avessero segnato con me tutti i bambini pescaresi che giocano a pallone in città. Tutti si immedesimano in quel gol, tutti sono protagonisti di quel momento. Tutti i bambini e i ragazzi che in tanti hanno hanno giocato con me e contro di me hanno segnato quel gol. Ecco, questa è la mia favola, questa è la favola di tutte le persone nate agli inizi degli anni 70 che giocavano a pallone a Pescara."

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